l'epidemia

Un incubo fatto di morte e disperazione animato da creature spaventose. Il prologo che vi trascinerà in 404found è qui.

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03/12/2027 - Articolo "Paura ad Atri: famiglia uccisa da animale famelico"
03/12/2027 - Articolo "Paura ad Atri: famiglia uccisa da animale famelico"
03/12/2027 - Radio della Salvezza
03/12/2027 - Radio della Salvezza

3 dicembre 2027

Mi appoggio stancamente alla finestra, osservando il cielo grigio che minaccia pioggia da un momento all’altro. L’aria umida e fredda condensa il respiro in nuvolette calde che si disperdono al di là del parapetto di ferro arrugginito. In strada si vedono solo una coppietta che cammina frettolosamente e un vecchio che tiene con una mano la nipote e con l’altra un sacchetto della spesa troppo piena. Do un’occhiata all’orologio: le dodici e mezza. A quest’ora sono tutti rintanati in casa a mangiare, forse qualcuno ritorna a casa dal lavoro proprio ora e si affretta a prepararsi il pranzo. Alla finestra della villetta dei Rossi compare Margherita, la figlia diciassettenne, con le braccia cariche di addobbi natalizi. Giusto, tra un po’ sarà Natale. La ragazza sembra valutare con attenzione quale festone sarà il più indicato per decorare le finestre quest’anno, poi, forse perché richiamata dalla madre, molla tutto a terra con uno sbuffo e sparisce dalla mia visuale.

Uno spiffero d’aria porta con sé l’odore del mare in inverno. Forse oggi potrei concedermi una passeggiata sulla spiaggia. Il brontolio allo stomaco, però, mi ricorda che prima devo mettere qualcosa sotto ai denti. Chiudo i vetri, constatando quanto abbiano effettivamente bisogno di una pulita, e mi dirigo verso il frigo. Il risultato conferma quanto già prevedevo: i ripiani sono vuoti, a eccezion fatta di un barattolo di maionese quasi finito. Stessa cosa il freezer, che così, senza nulla a riempirlo, sembra un buco ghiacciato. Mi gratto la testa, sconsolato, e mi preparo ad affrontare il mondo esterno per una delle mie veloci capatine fuori. Infilo la vecchia giacca e controllo di avere con me il portafoglio che scopro essere desolatamente vuoto. Emetto uno sbuffo stizzito e vado a prendere il borsellino in cui tengo del denaro per le situazioni d’emergenza. Posso appena permettermi di fare la spesa per la settimana. Del resto, l’uscita dall’Unione Europea ha cambiato un bel po’ di cose, tra cui le condizioni economiche dell’Italia, che si sono aggravate forse più della crisi del 2008. Caccio i pochi spicci nel portafoglio ed esco in fretta, sbattendo la porta del monolocale.

Le prime gocce di pioggia iniziano a bagnare l’asfalto e una si infila nel collo della mia giacca, scivolando fastidiosa lungo la spina dorsale. Incasso il mento e accelero il passo, consumando i pochi metri che mi separano dal discount in meno tempo del previsto. Il saluto squillante e amichevole della cassiera cozza incredibilmente con il leggero scatto del sopracciglio non appena entro nel suo campo visivo: la donna mi scannerizza rapida, incapace di nascondere la sua ritrosia di fronte ad un vecchio malconcio e che sembra un mendicante. Ricambio il saluto con un gesto della mano e sparisco tra i corridoi del piccolo supermercato.

I miei occhi vagano tra un barattolo di sugo e l’altro, quando la voce gracchiante della radio attira la mia attenzione verso quanto stanno dicendo. Don Francesco, lo speaker di Radio della Salvezza, sta parlando di una misteriosa epidemia che pare essere esplosa misteriosamente in Meridione e che conta già un numero spropositato di infetti. Appoggio il barattolo al suo posto e tendo le orecchie, attento. Le notizie a tal proposito sono ancora scarse e confuse: l’unica cosa certa è che si tratta di un virus aggressivo, con una rapida diffusione e, cosa peggiore, con un alto tasso di mortalità. Il presentatore conclude il messaggio con una preghiera rivolta a tutti coloro che sono stati colpiti da questa piaga, poi, il suono pesante e ben noto dell’organo chiude la comunicazione. Afferro le ultime cose e le caccio nel cestino di fretta, improvvisamente innervosito, e vado alla cassa. La donna mi rivolge un sorriso lieve e fa passare con lentezza i prodotti.

              «Oh, ci mancava solo questo! Spero non sia la solita notizia gonfiata dai media: fanno diventare una semplice influenza un’epidemia mortale!» borbotta la cassiera. Sollevo le spalle e caccio alla rinfusa i prodotti nella busta, senza dar troppo retta alla voce acuta della donna. Pago e saluto con un lieve cenno del capo, sparendo oltre le porte scorrevoli.

Ha già smesso di piovere e una pallida luce biancastra buca la coltre di nuvole scure, illuminando con un bagliore fioco la città. Un signore in giacca e cravatta cammina di fretta sui marciapiedi, c’è qualche mamma con i figli del passeggino. Insomma, tutto procede con leggerezza, tra la pioggia breve ed improvvisa e i negozi che si preparano per il Natale imminente.

Qualcosa, però, mi incupisce più del voluto. Oggi salterò la mia passeggiata.

4 dicembre 2027

Chiudo il portone di ingresso del palazzo, sfregandomi la mano sui pantaloni per togliere la macchia del barattolo di sugo che ho appena buttato. Mi fermo davanti alle cassette della posta e controllo la mia: al suo interno ci sono solo la bolletta della luce e un comunicato dal Comune. Infilo le lettere nella tasca dei pantaloni e, senza farmi vedere da nessuno, ne approfitto per prendere il quotidiano che penzola dalla cassetta dei signori Michelini. Tanto in questo periodo sono in vacanza, non se ne fanno di nulla. Salgo in fretta le scale per non incontrare nessuno e mi infilo nel mio microscopico appartamento.

Mentre aspetto che la moka inizi a borbottare, mi siedo al tavolo per leggere il giornale. La prima pagina, però, non lascia presagire nulla di buono: “Allarme rosso al Sud: esplode Epidemia Killer”. Strabuzzo gli occhi, sconcertato: cosa diavolo sta succedendo? Il mio sguardo scorre veloce tra i caratteri inchiostrati: “è un disastro di dimensioni inimmaginabili: l’attuale medicina si trova a fronteggiare una nuova minaccia letale e sconosciuta. È la più grande epidemia degli ultimi 150 anni sul suolo italiano”, “una misteriosa epidemia killer pare essere esplosa improvvisamente in alcune città del Centro-Sud: ad oggi si contano quasi un milione di vittime. I centri colpiti sono Pescara, Napoli, Salerno, Potenza, Bari, Lecce, Catanzaro e Cosenza, ma già altre città stanno riscontrando lo stesso problema”. Mi massaggio la fronte per cercare di calmarmi, mentre centinaia di pensieri si accavallano velocemente. Non ci sono parole per dare un senso a quanto sta accadendo. Continuo a leggere l’articolo: i sintomi del virus sono simili alla rabbia, ma la velocità con cui aggredisce il corpo umano è maggiore e incomprensibile ai medici, che a quanto pare si sono già mossi per trovare una soluzione. Presumo che Lotario avrà già sbandierato a tutti che manderà il suo amato esercito in giro per le strade.

L’odore di caffè bruciato mi distrae dalle mie considerazioni, obbligandomi ad abbandonare la mia lettura per non dare fuoco alla cucina. Le mie mani si muovono autonomamente per asciugare la chiazza di caffè bollente che si allarga tra i fornelli, ma la mia mente è assorbita a ragionare su ciò che ho appena letto. L’Epidemia Killer avrà ricadute gravissime in tutta Italia, sempre che non riesca a diffondersi altrove. Considerando anche che l’Italeave ha creato parecchi malumori tra diversi Paesi europei e non, ho ben da credere che non ci sarà la coda per venirci in soccorso. E, poi, figurarsi se il Partito tollererà interventi esterni: posso già sentire Lotario che fa un monologo sulla forza del nostro grande Paese davanti alle telecamere.

 

              «Hai sentito alla Tv di questa epidemia al Sud?» chiede la signora Milani. Un borbottio stizzito segue alla sua domanda: anche se il suono è attutito dalla porta di casa mia che divide me dai soggetti sul pianerottolo, riconosco il timbro di quelle corde vocali. Non può essere nessun altro se non Beppe, il vicino di casa che nessuno vorrebbe. Per carità, è pulito e butta sempre la spazzatura, ma ha il pessimo vizio di non farsi mai i fatti propri. Soprattutto con me, cosa che non apprezzo particolarmente.

              «Sì, sì, ho sentito! Secondo me sono tutte cagate», risponde, «sai quante volte al telegiornale dicono cose sbagliate o non vere?». Scuoto la testa desolato, sentendo l’amarezza salirmi in bocca: certa gente è davvero ottusa. Lancio un’occhiata al giornale spiegazzato che ho dimenticato sul divano stamattina, di cui intravedo parte del titolo scritto a caratteri cubitali sulla prima pagina. Come si può dire certe assurdità?

              «Non lo so Beppe, questa volta mi sembra che sia molto grave la situazione. Le vittime sono davvero tante per poter mentire su una cosa del genere…»

              «Bah, mi sembra troppo assurda questa epidemia. E poi lo sai bene che io seguo solo Rete Salvezza: ti danno notizie vere e precise, mica storie campate per aria!» ribatte Beppe. Sbuffo dal naso, lasciandomi affondare ancora di più nelle pieghe del divano a due posti. Quanto vorrei potergli dire che sta dicendo un sacco di sciocchezze.

              «Oh, Gesù! È vero che tu guardi solo quella! Quanto sei rigido, però!» ridacchia la signora Milani. Posso immaginarla mentre si copre la bocca per non far vedere i suoi denti storti e il naso adunco.

              «Assolutamente no! Mi ricordo bene quante sciocchezze dicevano i giornali e i media prima che arrivasse Lotario! Ogni anno c’era qualche scandalo o qualche bufala poi smentita! Lascia perdere quei cialtroni», continua imperterrito.

              «Beppe sei davvero assurdo! Va beh, ora vado che ho un sacco di faccende da sbrigare! Comunque, stasera vieni alla preghiera? Don Severino ha organizzato un gruppo di preghiera per tutte le vittime dell’Epidemia. È alle 19 in parrocchia! Ho sentito che ci sarà anche Don Calogero: è riuscito ad avere il permesso dal Dipartimento per la Fede per tornare al suo paesello!» gorgheggia la donna con un tono che non nasconde la felicità per l’arrivo di questo Don.

              «Arriverò più tardi, ma ci sarò!» risponde convinto Beppe, prima di congedarsi. Conclusosi il loro siparietto, cala di nuovo un silenzio fastidioso che sembra propagarsi dal pianerottolo fino al monolocale. I commenti di Beppe e della signora Milani mi hanno lasciato piuttosto perplesso: non tanto per la cieca testardaggine con cui certi soggetti si ostinano a dichiarare cose campate per aria, quanto per la leggerezza con cui sembrano vivere questa situazione, quasi non li potesse davvero toccare da vicino e come se fossero sufficienti due preghiere recitate mentre si pensa alla cena da preparare per bloccare il virus.

 

Esco dal bagno, sgocciolando acqua sulle mattonelle sbeccate, e vado a mettere a scaldare ciò che resta della zuppa di fagioli, una brodaglia insipida e troppo liquida che ho comprato ieri. Decido di accendere la Radio, l’altra compagna dopo il vecchio televisore Samsung, per tenermi occupato mentre mi preparo la cena. Dalla strada si sentono i rombi dei motorini e le risate acute di Margherita e sua sorella Cecilia, seguite dalle voci ancora acerbe dei loro fidanzati. Forse dovrebbero stare a casa, forse è il caso che facciano attenzione a questo virus, no? Bah, ma lascia stare. Sei solo un vecchio malandato e senza nessuno.

Consumo la mia cena con lentezza, cambiando di tanto in tanto il canale radio. Le notizie alternano i risultati delle partite a informazioni frammentate e confuse di quanto sta accadendo al Sud, che rimane inspiegabile: decine e decine di persone sono state colpite da questo dannato virus, la maggior parte di loro è morta in pochissimo tempo in preda alla febbre alta. “L’anima che pecca morirà, il figlio non porterà l’iniquità del padre e il padre non porterà l’iniquità del figlio; la giustizia del giusto sarà su di lui, l’empietà dell’empio sarà su di lui” recita Don Francesco con fervore. Con uno scatto spengo la radio per non sentire altro, una sensazione di inquietudine si fa strada in me.

04/12/2027 - Articolo "Allarme rosso al Sud: esplode Epidemia Killer"
04/12/2027 - Articolo "Allarme rosso al Sud: esplode Epidemia Killer"

04/12/2027 – Chat dal futuro

04/12/2027 - Radio della Salvezza
04/12/2027 - Radio della Salvezza
05/12/2027 - Articolo "Coppia massacrata a Crotone"
05/12/2027 - Articolo "Coppia massacrata a Crotone"
07/12/2027 - Articolo "Epidemia Killer, il Governo approva la chiusura dei confini al Sud"
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07/12/2027 - Radio della Salvezza
07/12/2027 - Radio della Salvezza

7 dicembre 2027

              «Scusami se sono arrivato in ritardo, ma ho avuto qualche contrattempo», mi dice Fabiano, mentre appoggia con un movimento sgraziato un sacchetto contenente dei vestiti. Mi lancia un sorriso di scuse e va a prendersi dell’acqua dal rubinetto. Gli rispondo con un grugnito fintamente indispettito che lo fa scoppiare a ridere. Tutto sommato, Fabiano è un bravo ragazzo, sebbene abbia sempre la testa tra le nuvole. Per via delle sue dimenticanze, è sempre di corsa e con il fiato corto. Trangugia l’ultimo sorso d’acqua e mi lancia un giornale, che sbatte sulla mia coscia e cade a terra, floscio. Quando lo prendo per tirarlo su, i miei occhi scorgono dei frammenti della prima pagina: “Epidemia Killer: il Governo approva la chiusura dei confini al Sud”, “il confine Latina-Ascoli Piceno isolerebbe l’Abruzzo, la Campania, Basilicata, Molise, Calabria, Puglia e le isole”, “negli ultimi tre giorni, infatti, il numero di vittime è salito a 5 milioni, una catastrofe immane nella storia dell’uomo”. Lancio un’occhiata seria al ragazzo in piedi di fronte a me, che ricambia con un sospiro.

              «Lo so, è un disastro. Non so nemmeno cosa dire, davvero. Mi pare assurdo che stia capitando tutto questo! E la cosa peggiore è che nonostante tutto ho sentito certa gente dire che Lotario sistemerà tutto in poco tempo!» commenta. Il ragazzo guarda l’orologio appeso al muro e solleva le sopracciglia di scatto. «Oh no, sono in ritardo! Quelli dell’Associazione mi uccideranno! Scusami, devo scappare!» mi dice, mentre apre la porta come una furia, rischiando quasi di travolgere la signora Milani, in piedi davanti all’ingresso e con il pugno sinistro ancora sollevato. Mi guarda con un certo timore, quasi temesse che io possa inghiottirla in un sol boccone. Nella mano destra tiene stretta una ghirlanda di Natale.

              «Ciao… Guarda, scusami se ti disturbo», borbotta, visibilmente a disagio, «v-volevo avvisarti che stasera nel quartiere faremo una processione per quanto sta accadendo giù, come ha raccomandato il cardinale Rovini… Ci farebbe piacere ci fossi anche tu, ecco. Sarà alle nove», dice, torturandosi una pellicina dell’unghia. Poi, con un movimento veloce, mi ficca la ghirlanda in mano: «questa è per te, le facciamo nel centro di volontariato dove lavoro», dice. La porta del suo appartamento si spalanca, rivelando la figura esile del figlio undicenne.

              «Mamma! Caterina non la pianta di piangere per questa storia del virus! Dille qualcosa, cavoli!» brontola. La donna mi lancia un’occhiata imbarazzata e si dilegua, non prima di avermi ripetuto dell’appuntamento di stasera.

Rimaniamo io e la decorazione sbilenca che mi ha regalato la signora Milani. Vorrei dire loro che le povere anime segregate oltre il confine militare non se ne fanno nulla delle preghiere o dei sospiri di sofferenza. Hanno bisogno di una mano vera, di qualcuno che li aiuti nel concreto e che sappia confortarli sul serio, non di queste sceneggiate.

 

La sera, il quartiere si accende con la luce delle fiaccole dei passanti. La voce profonda dello speaker di Radio della Salvezza si propaga potente dalle casse fino al cielo, come un profeta che richiama a sé i suoi adepti.

Sposto appena la tendina per spiare all’esterno: una trentina di persone cammina lentamente per strada, recitando preghiere come una cantilena inquietante. Alcuni di loro sventolano le bandiere del Partito della Salvezza, due tizi stringono la foto di Lotario. Apro di poco la finestra, così da sentire meglio che cosa dice la radio: Don Francesco chiede agli italiani di mettere a tacere i dubbi e di credere nel Governo, che sta facendo di tutto per proteggerci. Dice che il Partito della Salvezza non è come gli altri, che non lascerà indietro nessuno.

Tra la folla riconosco la signora Milani che stringe la manina paffuta della figlioletta. Ci sono anche suo marito e il figlio. Sembra che ogni cellula del suo corpo sia assorbita in quello che sta facendo, con una devozione tale che impressionerebbe persino una suora. Guarda dritto davanti a sé, senza voltare mai il capo.

Ricordatevi, Radio della Salvezza è con voi e non vi abbandonerà mai. C’è un piano per tutti noi” sillaba convinta, accompagnando il suono gracchiante delle casse.

9 dicembre 2027

Mi guardo al piccolo specchio sopra il lavandino del bagno, constatando il mio aspetto sciupato. Sembra che in questi giorni pesanti, i miei pensieri contorti siano riusciti a trasparire anche sulla mia faccia: la barba sta diventando sempre più incolta, tanto che parte della cicatrice non si vede quasi più. Le rughe sono un reticolato di preoccupazione e angoscia che si fa sempre più marcato.

Alla fine, come c’era da aspettarsi, questo virus è arrivato anche al Nord. Non che la cosa mi abbia stupito più di tanto, si intende: quale idiota avrebbe mai potuto credere che si arrestasse davvero sotto la linea Latina-Ascoli Piceno? Ho sentito i miei vicini insultare la gente che è scappata al Nord, dando loro dell’incosciente e accusandola di volerci far morire tutti. Mi viene da ridere: fino a pochi giorni fa sembrava vivessero dentro una campana di vetro da cui guardare con distacco a quanto stava succedendo. E, a onor del vero, le loro vite sono andate avanti come se nulla fosse, tra le passeggiate mano nella mano o qualche corsa per comprare il panettone. Mi sciacquo il viso per darmi un po’ di tono, poi cerco nel mobile sotto il lavello il rasoio e la schiuma per darmi una sistemata. Mentre passo meccanicamente la lama sulla pelle, mi chiedo come potrebbe evolversi la situazione e di cosa potrei aver bisogno in futuro. Certo, non voglio lasciarmi prendere dal panico e svaligiare ogni negozio che incontro sul mio cammino. Ma sono stato abituato al peggio, tanto che valutare sistematicamente ogni eventualità è diventato un comportamento naturale, istintivo. Una vocina fastidiosa mi ricorda che da qualche parte, ficcato nell’angolo dell’armadio, c’è ancora il borsone con qualcosa dentro che, forse, sarà riutilizzabile in caso di necessità. Scuoto la testa con irritazione e immergo il rasoio nell’acqua. Il suono squillante e fastidioso del campanello mi obbliga a interrompere la mia attività, abbandonando la lametta ancora sporca di schiuma sul bordo del lavandino. Può essere solo una persona. Apro la porta e, come immaginavo, c’è Fabiano. Nonostante abbia la faccia stravolta, non si risparmia un sorriso amichevole, parzialmente coperto dalla mascherina chirurgica che indossa.

              «Ehi», ansima con il fiatone. Sarà ancora in ritardo? Mi allunga con la mano inguantata un pacchetto contenente delle mascherine. «Tieni, sono per te. Le ho prese di nascosto dall’Associazione, se lo sanno mi uccidono». Si guarda attorno con discrezione, poi aggiunge: «Lo so che non dovrei scatenare il panico, dato che qui sembra tutto normale e se dici qualcosa ti insultano. Ma non riesco a darmi pace e so di per certo che anche tu la pensi come me. Perciò tienitele in casa e mettitele se devi uscire, non si sa mai». Poi, dopo aver fatto un cenno di saluto, sparisce sulle scale.

 

Anche oggi mi infilo rapido il giornale dei Michelini sotto il maglione sgualcito, incastrandolo nel bordo dei jeans per non farlo scivolare, e mi infilo nell’ascensore senza nemmeno aspettare Danilo, il panettiere che abita al secondo piano. Poco fa ho sentito la signora Milani strillare al telefono con quella presumo fosse sua sorella che la Francia e Svizzera volevano chiudere le frontiere con noi. Se così fosse, vorrebbe dire che la situazione è più seria di quanto vogliano farci credere. Non che abbia mai sottostimato la questione, si intende. Da qualche giorno non danno dati precisi relativi al numero di malati e morti, il che mi ha messo subito in allerta.

Chiudo la porta con un tonfo e estraggo il giornale, trattenendo tra le mie dita solo le prime pagine. Con un balzo scavalco l’ammasso di fogli sparsi sul pavimento e mi vado a sedere sulla sedia vicino alla portafinestra.  

“Tensione in Europa: chiuse le frontiere a nord-ovest. L’Italia rifiuta l’intervento dell’ONU”, leggo.

Sono Francia e Svizzera i primi paesi del continente a temere che la cosiddetta “Epidemia Killer” possa arrivare fino a loro”, “la conferma dall’Eliseo: il passaggio della frontiera sarà interdetto, in entrambi i sensi. Soppressi anche i treni e gli aerei provenienti dall’Italia, mentre in Corsica è stato stabilito un blocco navale”. Mi massaggio le tempie con irritazione e proseguo la lettura. “Nelle prime ore di stamane anche la Svizzera si è mossa in tale direzione, stanziando numerosi uomini presso le dogane al confine e bloccando i mezzi in entrata o uscita”. E poi ancora: “il Governo ha categoricamente rifiutato l’intervento di una delegazione ONU, che sarebbe dovuta arrivare a Roma nella giornata di oggi, accusando le Nazioni Unite di minare la sovranità italiana in un momento delicato. «Non abbiamo bisogno dell’aiuto delle Nazioni Unite, l’Italia si sta attrezzando per far fronte a questa terribile epidemia e Dio ci assisterà e proteggerà», ha dichiarato il Premier Lotario”. Appoggio la testa contro il muro dietro di me e chiudo gli occhi stancamente. Lo stomaco si accartoccia su se stesso, come se fosse spinto verso il basso da una morsa dolorosa. Allungo la mano alla mia destra per spostare di poco la tendina bianca che copre il vetro: dalle case del quartiere si intravede qualche lumino alle finestre, di quelli che vengono portati nei cimiteri il giorno di Ognissanti.

08/12/2027 – Video Telegiornale

09/12/2027 - Articolo "Tensione in Europa: chiuse le frontiere a nord-ovest"
09/12/2027 - Articolo "Tensione in Europa: chiuse le frontiere a nord-ovest"
10/12/2027 - Radio della Salvezza
10/12/2027 - Radio della Salvezza
10/12/2027 - Articolo "Austria e Slovenia chiudono le frontiere, l’Italia è isolata"
10/12/2027 - Articolo "Austria e Slovenia chiudono le frontiere, l’Italia è isolata"

11/12/2027 – La gente sta impazzendo

12/12/2027- Articolo "Epidemia al Nord, i sindaci: “la situazione è sotto controllo”"
12/12/2027- Articolo "Epidemia al Nord, i sindaci: “la situazione è sotto controllo”"
12/12/2027 - Radio della Salvezza
12/12/2027 - Radio della Salvezza

12 dicembre 2027

              «Guarda! Guarda, qui, Gigi! “Non solo il Sud, ma ora… a-anche il Nord inizia a dar segni più evidenti della malattia”», legge il signore davanti a me, stropicciandosi gli occhi per vedere meglio. Il suo compare allunga il collo per spiare il foglio di giornale che l’amico tiene stretto gelosamente a sé. L’uomo si toglie gli occhiali con un movimento veloce e si porta la pagina sotto il suo naso.

«A dare l’allarme per primo è stato l’ospedale di Sondrio, il quale ha… aspetta che ho perso il filo, ecco! Ha ricevuto la segnalazione di soggetti sul territorio che presentavano febbre alta, spasmi violenti e salivazione abbandonante». L’altro signore allarga gli occhi, intimidito.

              «Aspetta, che avevo letto prima quali sono le altre città con i malati. Ecco! Cuneo, Sondrio, Belluno, Trieste, Ferrara, Pesaro, Perugia!». La signora davanti a lui, che attende pazientemente il suo turno per comprare il pane, si gira.

              «Mamma mia che disastro! È un disastro!» commenta l’amico.

              «Ma secondo te, Livio, ci sono anche qui a Jesolo?» chiede la donna con la voce appena incrinata dall’ansia. Tale Livio alza le spalle e mostra i palmi callosi delle mani.

              «Non so cosa dirti, Marinella! Mio cugino Fabrizio, quello che lavora nella protezione civile, non ha sentito nulla. Mah! Questi, però, sono i risultati della fuga qui da noi!» ringhia seccato. Il suo compagno scuote la testa con rassegnazione e mi lancia un’occhiata con la coda dell’occhio, soffermandosi sulla mia mascherina. Lo sento mormorare qualcosa riferito a me, credo sul fatto che sono un esagerato che contribuisce all’isteria collettiva. Il tizio del giornale mi lancia un’occhiata fugace, la signora lo intima con lo sguardo di tacere. Fingo indifferenza, nascondendomi dietro la tanto minacciosa mascherina azzurra.

 

Il tragitto per tornare al mio appartamento lo passo pensando a quello che hanno detto i signori in forneria e a come si sta sviluppando la situazione. In questi giorni, oltre alla Francia e alla Svizzera, anche l’Austria e la Slovenia hanno chiuso i confini con l’Italia, bloccando qualsiasi possibilità di abbandonare il paese per rifugiarsi altrove, a cui si sono aggiunti altri Stati che hanno cancellato i voli provenienti dall’Italia. La scelta di Lotario di ignorare gli aiuti delle Nazioni Unite sembra aver scatenato le ire europee e non, che hanno accusato il Governo di negligenza e di non rendere disponibile alcun bollettino ufficiale. Lotario, dal canto suo, non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi e, anzi, chiede ogni giorno agli italiani di avere fiducia in lui e in chi sta lavorando per noi. Sono inspiegabili le modalità con cui cresce e si propaga questo virus, che pare essere affine a quello rabbico: come una specie di variabile impazzita, aggredisce chiunque, debilitando l’individuo con la febbre alta e uccidendolo con crisi respiratorie e epilettiche, secondo tempistiche inspiegabili. Alcuni muoiono in poche ore, altri si spengono dopo giorni di sofferenza. Mi guardo attorno con circospezione: ogni tanto si scorgono dei manifesti del Dipartimento per la Fede che inneggiano alla preghiera collettiva per espiarci da questa piaga terrena. A giudicare dall’energia con cui si prodigano a creare processioni e fiaccolate, direi che le loro parole hanno sortito un certo effetto.

 

Il suono delle sirene dei carabinieri interrompe il mio pisolino pomeridiano sul divano. Scatto come una lepre, tendendo le orecchie all’esterno. Ah, l’abitudine. Invece che scemare, però, il suono si intensifica con il passaggio di una seconda volante e un’ambulanza. Incuriosito, mi affaccio alla finestra per cercare di capire cosa sta succedendo: anche altri del quartiere sono scesi in strada e si guardano con aria confusa. Una tizia in biciletta si ferma a parlare con la signora Rossi, della casa davanti.

              «Ma lascia stare! In piazza Milano si sono pestate due bande!» strilla isterica, scendendo dalla bici. Anche altri si avvicinano appena, io allungo il collo per captare qualche informazione in più.

              «C’era un gruppo che stava bruciando le bandiere dell’Unione Europea e sventolavano le foto del Partito della Salvezza. Poi mi hanno detto che sono arrivati dei ragazzotti che strillavano contro Lotario, tipo che era un dittatore e qualcosa del genere. Beh, insomma, è andata a finire che se le stanno dando di santa ragione!» conclude. Vedo alcuni scuotere la testa, altri che commentano a bassa voce. Chiudo la finestra e accendo la televisione per raccogliere qualche informazione in più: il tg del pomeriggio spiega ancora una volta quale è la decisione di Lotario, assicurando che tutti i componenti del Governo sono d’accordo. Persino il Presidente Corinna ha osteggiato l’arrivo di forze esterne, assicurando che l’Italia sta facendo il suo lavoro. Mi massaggio la base del collo, inquieto.

14 dicembre 2027

Stamattina mi sono svegliato con il mal di schiena e di umore pessimo. Questa notte vecchi ricordi e immagini che speravo di aver cancellato per sempre sono tornati a farmi compagnia e con essi la solita, familiare, insonnia. Dunque, l’unica cosa che ho potuto fare è stata riprendere in mano il taccuino di pelle che avevo acquistato a Teheran e scrivere, così da lasciare che il flusso di pensieri uscisse dalla mia testa almeno per un po’. Spezzo qualche biscotto nel latte e mescolo con lentezza, fino a che non si forma una brodaglia densa e marroncina. Lo schermo della tv Samsung illumina con la sua luce fredda il monolocale, che la giornata uggiosa sembra aver tinto di grigio chiaro. Lotto con il mio stomaco chiuso e mi obbligo a ingoiare almeno un cucchiaio di quel pastone. Gli eventi delle ultime due settimane hanno inciso molto più del dovuto sul mio umore.

Tutta la popolazione è invitata a rimanere entro i propri confini ragionali. Questi, a partire dalla giornata di domani, verranno pattugliati dalle forze dell’ordine che provvederanno ad effettuare un controllo precauzionale di tutti coloro che intendono spostarsi tra una regione e l’altra”, gracchia la televisione.

Uh, stanno mandando l’esercito anche qui al Nord. Li manderanno con i furgoni ai confini, nelle piazze, per le strade. Lo stomaco si contrae in uno spasmo, facendomi quasi rigettare il boccone che ho appena mandato giù. Mi alzo per svuotare nel lavello ciò che rimane della colazione. Oltre il sottile muro bianco, la signora Milani sta preparando la colazione ai suoi figli, mentre commenta astiosa quello che sente al telegiornale.

Probabilmente Beppe sta imprecando contro qualche politico inetto, invocando Lotario come unico vero salvatore. Danilo a quest’ora sarà già al forno, Mariastella ha già aperto l’edicola.

La quotidianità procede in qualche modo, alterata solo da incontri di preghiera più frequenti e notiziari pressanti. I confini si stanno facendo sempre più caldi e, soprattutto, chiusi, ma la cosa sembra non turbare la gente che mi circonda. Sarà che da quando siamo usciti dall’Unione tutto è cambiato, così come la percezione delle frontiere tra la gente comune.

 

Con uno spintone infilo nel bidone il sacco della spazzatura, che cade con un tonfo pesante. Piccoli fiocchi di neve iniziano a posarsi sull’asfalto e sulle mie spalle coperte da un maglione di lana blu. Inspiro a pieni polmoni l’aria fredda, godendomi l’odore pungente del freddo invernale, e mi avvio verso il portone del palazzo.

              «Senti mamma, te l’ho detto! Me l’hanno fatto vedere i miei amici sul telefono, l’ho visto con i miei occhi!» dice Luca, il figlio della Milani. La donna alza gli occhi al cielo, irritata.

              «Che palle che sei quando fai così, eh! Adesso scrivo a Giacomo di inviarmelo, così lo guardi pure tu! Ti dico che erano veri quei cosi! C’era ‘sta ragazza terrorizzata che si è trovata davanti una tipa bianca come un cadavere e piena di sangue che l’ha aggredita! Sembrava una dannata!» dice, saltellandole attorno. La donna gli tira uno scappellotto, poi, rendendosi conto della mia presenza mi lancia un’occhiata di scuse. Le rivolgo un sorriso lieve e le tengo la porta aperta.

              «Ti ho detto che sono solo sciocchezze, ok? E se non la pianti con questa storia ti ritiro il cellulare!» gli sibila, irritata. Luca si gira verso di me, l’espressione imbronciata.

              «Lo hai visto anche tu, vero? Ne parlavano anche i giornali», mi domanda. Scuoto la testa e sua madre gli rivolge un’occhiataccia.

              «Ma figurati! È un uomo adulto, non ha tempo per le stupidate che fate voi ragazzini!» ringhia. Le note di Don’t go breaking my heart riempiono l’androne di ingresso, dando fine al bisticcio tra madre e figlio. La donna fa cenno al ragazzino di fermarsi mentre risponde al cellulare. Le rivolgo un cenno distratto e sparisco sulle scale.

 

Sono rannicchiato contro il calorifero a godermi un po’ di calore. Sotto, il vociare indistinto della televisione mi fa un po’ di compagnia. Se ripenso alla reazione della Milani mi viene da ridere: quella donna pare nutrire un timore reverenziale nei miei confronti che cerca di trasmettere anche ai suoi figli. Caterina, la più piccola, si fa minuscola ogni volta che mi vede, Luca alterna momenti di vergogna a quelli come oggi pomeriggio, in cui sembra voler cogliere l’occasione per farmi altre domande. Chissà cosa pensa- e cosa sa– di un vecchio solo come me. Scuoto le spalle e abbandono il mio angolo caldo per andare a prendere un pacchetto di cracker da sgranocchiare davanti ad una puntata di Racconti della natura. Invece della solita sigla suonata con il violino e delle immagini delle Alpi, però, mi accoglie la sigla del telegiornale e l’espressione accigliata del presentatore.

“Prendiamo la linea in quest’ora inusuale per informare voi cittadini italiani sulla situazione attuale. Nella giornata di ieri sono stati chiusi gli aeroporti nel Nord Italia in via precauzionale. L’esercito infatti si sta occupando di sorvegliare le città più popolate, principalmente per evitare casi di sciacallaggio e per un più immediato intervento in caso di segnalazioni”. Arriccio il naso infastidito: certa gente non ha la benché minima morale. “Come sapete, negli scorsi giorni sono stati rilasciati in rete alcuni filmati amatoriali raccapriccianti. Questi video sono stati dichiarati falsi dalle autorità, e invitiamo i cittadini a non diffondere inutile panico. È importante mantenere la calma e ricordare che in questo stesso momento le autorità ed il Governo stanno lavorando per il benestare dell’Italia”. Ma questo è ciò di cui parlava il ragazzino! Mi tiro su di scatto e vado all’ingresso, mi infilo in fretta le scarpe e faccio le scale velocemente, fino a raggiungere le cassette della posta. Prendo i due quotidiani ficcati di malo modo nella cassetta dei Michelini e me li intasco, senza nemmeno preoccuparmi di non farmi vedere da Mariastella, la giornalaia, che sta rientrando dalla passeggiata con il suo bastardino peloso. Mi guarda con una certa compassione e scuote la testa.

              «Lascia perdere, c’è solo da piangere a leggere le notizie», commenta prima di aprire la porta del suo appartamento.

In un piccolo trafiletto del giornale, cacciato in un angolo al pari di una pubblicità, si legge che una cerchia ristretta di ricercatori ha notato che alcuni malati allo stadio terminale della malattia sono diventati particolarmente aggressivi e si sono dati ad atti di cannibalismo. Deglutisco a vuoto, sentendo la bocca farsi asciutta.

13/12/2027 - Articolo "Ultim'ora: misteriose creature umanoidi uccidono ragazzini"
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13/12/2027 - Articolo "Piemonte sotto attacco dall'epidemia Killer"
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14/12/2027 - Radio della Salvezza
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14/12/2027 - Articolo "Cancellati i voli nazionali e chiusi tutti gli aeroporti"
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15/12/2027 – Video Telegiornale

16/12/2027 - Radio della Salvezza
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18/12/2027 – La gente è impazzita

20/12/2027 - Articolo "Italia, 20 giorni dopo"
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25/12/2027 - Radio della salvezza
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25/12/2027 – Video Telegiornale

25 dicembre 2027

Borbotto a denti stretti contro il pezzo di lasagna che si è appena schiantato sul mio maglione rosso, messo apposta per l’occasione. Con la forchetta recupero il pezzo, grattando via un po’ di sugo dal tessuto spesso della maglia. Quest’anno, per la prima volta, non è stato Fabiano a portarmi il pranzo di Natale. Quando stamattina alle otto hanno suonato al campanello, mi aspettavo di trovarmi la faccia squadrata e sudaticcia del ragazzo. Al suo posto, invece, ho trovato una ragazzina tonda e lentigginosa che mi ha spiegato che Fabiano è stato ricoverato due giorni fa. Si è ammalato anche lui. Quest’anno nel sacchetto, oltre alla solita porzione abbondante di lasagna e al piccolo panettone, ho trovato un maglione rosso con una renna disegnata sopra e un biglietto di Fabiano in cui mi augurava buone feste, nonostante tutto. Ho deciso di metterlo, sebbene abbia un’estetica e una fattura discutibili, per onorare quel ragazzo smemorato e dal sorriso grande.

Consumo il mio pasto con lentezza, cercando di godermi ogni boccone. Il piano è rallegrato dalle note appena udibili di So this is Christmas provenienti dall’appartamento dei Milani. Questo, però, non è un Natale felice: del mio piano, gli unici sopravvissuti siamo io, la signora Milani e la figlioletta Caterina. Il palazzo si sta svuotando piano piano, lasciando con sé un silenzio pesante e tagliente. Sospiro pesantemente, sentendo i singhiozzi della donna mal celati dalla voce profonda di Michael Bublé. Hanno portato via il figlio e il marito una settimana fa: il ragazzo è morto dopo due giorni, il marito è ancora ricoverato. Lo strazio di sentire la donna rincasare dopo il funerale e sentire la figlia, tre anni a dir tanto, chiedere quando Luca torna a giocare con lei è qualcosa che si scorda difficilmente. Gli altri condòmini sono seguiti poco a poco, colpiti uno a uno da un nemico di cui non si conosce ancora nulla. La situazione è precipitata di giorno in giorno: non si è ancora certi del numero effettivo di morti, che tuttora rimane avvolto da una nube poco chiara, ma siamo oramai tutti a conoscenza che la quantità di vittime non è mai calata nell’ultimo mese. I dottori lavorano come formiche impazzite alla ricerca di una cura che pare lontana anni luce dall’essere scoperta. I media ripetono costantemente di dare fiducia al Governo perché ce la sta mettendo tutta per gestire l’epidemia. Il Dipartimento per la Fede chiede di pregare per le anime di chi è morto. Qualcuno, un idiota mi verrebbe da dire, ha detto che chi si ammala ha l’animo infetto. Ma come può un ragazzino di undici anni essere un peccatore, quando l’unica cosa a cui deve pensare sono i compiti e le partite a pallone con gli amici?

Alcuni hanno provato a scappare in ogni modo: è il caso degli Hudsel, i proprietari della casa vicino ai Rossi, che hanno tentato di sfondare i blocchi al confine con la Slovenia per raggiungere i loro parenti. Nessuno li ha più visti ritornare. O del traghetto turistico adibito a mezzo per abbandonare Jesolo e dirigersi verso le coste balcaniche, anche questa volta, però, senza nessun successo. Apro la finestra e mi appoggio al parapetto, inspirando a fondo l’aria umida che odora di mare. Il cielo è una grande macchia grigia scura che minaccia di riversare a momenti litri e litri di acqua. Non c’è nessuno in giro per strada: chi è ancora vivo è chiuso in casa a festeggiare con chi gli è rimasto. Essendo al quinto piano del palazzo riesco a vedere i tetti delle case, i decori natalizi abbandonati a loro stessi, le luci che si accendono e spengono a intermittenza, illuminando le figure stilizzate di Babbi Natale o pupazzi di neve. Si alzano folate di vento freddo che mi costringono a nascondere il mento nel collo del maglione. Il mare si schianta violento sulla battigia, propagandone il fragore per le strade deserte. È l’unico suono che si sente ora: anche la signora Milani ha spento la musica. Sembra che la città sia stata assorbita in una bolla che fluttua pigramente in un’altra dimensione. All’improvviso nella via passano sgasando due furgoni militari: è un attimo prima che spariscano, inghiottiti dalle vie alberate. Una sensazione angosciante serpeggia dentro di me, portandomi alla mente ricordi che non hanno mai subito l’azione benevola del tempo. Chiudo con uno scatto i vetri e vado ad accendere la TV nella speranza di trovare un po’ di compagnia. Faccio zapping svogliatamente, fino a che non trovo un vecchio spaghetti western in bianco e nero da guardare.

 

Mi sveglio di soprassalto con il rombo violento di due cacciabombardieri che sfrecciano rapidi sui tetti. Salto giù dal divano con uno scatto e corro alla finestra per vedere giusto in tempo la coda di due F-35. Assottiglio gli occhi, cercando di tenere a freno l’ansia crescente dentro di me, e scruto il cielo. Dopo pochi minuti, passa un terzo veicolo militare. I battiti iniziano ad aumentare di intensità, il respiro sembra morirmi in bocca. Stringo con le dita il bordo del parapetto e boccheggio in cerca di aria. Il vento freddo del temporale si intrufola sotto al maglione, ghiacciando il sudore che bagna la mia schiena.

Cosa diavolo sta succedendo?

Arranco fino al telecomando e cambio canale, mettendo sul tg. La presentatrice, Dalia Piovanelli, è palesemente a disagio: arriccia e distende le dita ossute, si sistema nervosa gli occhiali tondi che le scivolano sulla punta del naso.

«B-ben tornati», pigola con la voce arrochita, «q-quest’oggi è stata ufficialmente presa la decisione di passare a misure drastiche a seguito della pubblicazione dei dati relativi alle vittime nelle isole». La donna tentenna un attimo, lanciando un sorriso tirato alla telecamera. «Hanno deciso…» tossicchia appena, poi inspira profondamente e chiude gli occhi per un secondo, prima di scattare come un cobra: «Hanno approvato il bombardamento al Sud! Ci uccideranno tutti! Quanto pensate che mi metteranno a bombardare il resto del Paese, eh?! Il Governo è…» la donna, però, non riesce a finire il discorso perché la comunicazione viene interrotta bruscamente. Il ronzio acuto della televisione attiva il mio istinto prima ancora che il cervello possa capire cosa sta succedendo: con un movimento nervoso apro l’anta del piccolo armadio vicino alla televisione e inizio a rovistarci dentro, buttando all’aria vestiti e vecchie scatole. Mi fermo solo quando le mie dita arpionano il tessuto ruvido di un borsone di tela marrone, che estraggo con rabbia. Apro con foga la zip e inizio a rovistarvi secondo un movimento che forse non ho mai dimenticato. Le dita toccano bende oramai rovinate, sacchetti non ben specificati, fino a che non incontrano il profilo di un baschetto. Ritraggo la mano, come scottato da quel contatto che sembra avermi riportato alla realtà. Cado di peso sulle ginocchia, tenendo una mano sul petto che sembra esplodere da un momento all’altro. Rotolo sulla schiena e cerco di regolarizzare il respiro, con la luce giallastra del lampadario a bruciarmi le pupille. Per quanto mi sforzi, il mio cervello non è capace di dare una risposta sensata a quello che ho appena sentito. Forse perché di logico non c’è proprio niente: abbiamo superato il punto di non ritorno e stiamo già raschiando il fondo con le unghie e con i denti. Il tonfo dei miei pugni sul parquet è accompagnato dai tuoni del temporale, come una marcia funerea.

Fuori, la pioggia scrosciante sembra voler lavare via tutto.

27 dicembre 2027

Mescolo stancamente il tè annacquato che mi sono preparato. Oltre la parete sottile della cucina, la signora Milani singhiozza appena e Caterina piagnucola più forte. Ieri le ho portato il panettone che mi avevano regalato quelli dell’associazione: credo serva più a loro due che a me. Stamattina presto l’ambulanza è venuta a recuperare una coppia del primo piano. Ora siamo rimasti solo in tre nel condominio: io, Caterina e sua madre. Sono giorni pesanti, trascorsi con la radio che ripete sempre le stesse cose e con qualche ambulanza che passa veloce di tanto in tanto. Con uno sbuffo mi alzo e mi infilo il cappotto: il mio frigo è oramai vuoto e non posso rimandare ancora la spesa.

La strada è deserta, a eccezion fatta di qualche gatto che scappa veloce oltre le recinzioni delle case. I cani abbaiano isterici e grattano le sbarre dei cancelli: poveracci, devono essere in pena per i loro padroni. Dato che il mio solito supermercato vicino a casa è chiuso, devo cercane uno che sia rimasto ancora aperto. Decido di tentare con il nuovo discount che hanno aperto non troppo distante dal lungomare. Ficco le mani in tasca e accelero il passo. Il silenzio è interrotto solo dal suono dei miei anfibi sull’asfalto. Ogni tanto mi lancio occhiate attorno, sentendomi a disagio: non ho mai visto la città così spopolata. Attraverso un incrocio, notando con la coda dell’occhio la figura gobba di una donna che si trascina a fatica e sparisce nel vicolo adiacente. Il tonfo di un cassonetto rovesciato mi spinge ad accelerare ancora di più il passo: un senzatetto barcolla in avanti e vi si appoggia di malagrazia, versando a terra una pozza di vomito verdastro. Accelero il passo e prima che me ne renda davvero conto sto praticamente correndo in direzione del supermercato. Una sensazione di inquietudine mi punzecchia la nuca, insinuandosi nel mio cranio come una serpe.

Il lungomare è più popolato rispetto al resto della città, anzi ci sono addirittura dei bar aperti. Non appena scorgo l’insegna del discount, do un’ultima accelerata e supero in fretta le porte scorrevoli in vetro. Siamo forse una decina di persone lì dentro, cassiera inclusa. Afferro il carrello e inizio a vagare per i corridoi del negozio, cercando di concentrarmi sulle canzoni pop che mandano in radio.  

L’urlo di terrore della cassiera mi fa cadere a terra la confezione di biscotti. È questione di pochi secondi: il locale viene occupato da delle creature orribili, che di umano non hanno più nulla: sono sporchi di terra e fango, grondanti di sangue e con i vestiti strappati come se avessero appena lottato contro qualcosa. In alcuni punti si intravedono delle pustole pruriginose che si allargano fin sotto i vestiti di questi mostri. Una sorta di muffa viscida e dall’odore pungente si dipana sul loro corpo. Non riescono a parlare, ma articolano solo dei brontolii bassi e minacciosi. Uno di loro si avventa sulla commessa, azzannandola alla gola. Al suono secco e crudo della trachea che si stacca seguono le urla di paura dei presenti: questa reazione sembra un richiamo invitante per le creature, che si lanciano su di noi come dei lupi che hanno visto un cervo ferito.

Scappa, urla il mio istinto, non hai armi con te, non puoi difenderti e loro sono troppi. Prima che io me ne renda davvero conto, il mio cervello ha già attivato il pilota automatico, scavando tra i ricordi e lasciando che siano loro a prendere il controllo. Abbandono il carrello e analizzo l’ambiente circostante: ho contato sette creature all’interno del locale. Non so cosa diavolo siano e quali siano le loro abilità, ma di sicuro sono affamate e aggressive, nonostante i loro movimenti goffi. Sguscio dietro lo scaffale della pasta e mi accuccio dietro la cesta dei biscotti in offerta. I miei neuroni lavorano in fretta, secondo una schematicità che pensavo di aver scordato. Non posso uscire dall’ingresso principale, sarei troppo scoperto. L’unica soluzione è tentare il magazzino sul retro, che di sicuro avrà dei punti di accesso per lo scarico merci o, quantomeno, degli angoli più riparati dove nascondermi. Lancio un’occhiata attorno e, dopo essermi assicurato di non dare troppo nell’occhio, mi preparo alla mia fuga. La corsa, però, è interrotta poco dopo da una delle creature, che mi si piazza davanti ansimando. Indietreggio in fretta e cambio corsia, finendo davanti all’ingresso del magazzino. Lo apro con una spallata e, senza guardarmi indietro, corro verso la mia salvezza: l’entrata per lo scarico merci.

L’esterno sembra un campo di guerra: gente che scappa da queste creature mostruose venute da chissà dove. Rapido, mi nascondo dietro un cassonetto per riprendere fiato. Mi sporgo di poco, così da poter monitorare la situazione. Mi rendo conto che alcune creature del gruppo avanzano più velocemente rispetto alle altre, con il passo di un predatore feroce. Non sembrano simili a quelli che ho appena affrontato al supermercato, sono… diverse. Paiono larve umane, con la pelle pallida e ricoperta di pustole e muffa, così magri da sembrare niente più che delle ombre demoniache. Le teste completamente calve sono deformate da una grossa escrescenza gialla e pulsante che ha sfondato il cranio per vedere la luce. In alcuni esce dalla nuca, in altri da un orecchio. Uno addirittura da un occhio. Attaccano tutto ciò che si muove, smembrandolo con una violenza animalesca e addentando la carne cruda con ingordigia, nel tentativo di ingurgitare quanta più roba possibile per sottrarla ai loro compari.

Decido di tagliare per la stradina adiacente, così da spostarmi verso il centro della città per avere più possibilità di nascondermi o mezzi per difendermi. La mia fuga disperata è accompagnata dai versi dei mostri e dalle urla delle vittime che cadono come mosche sotto le grinfie di quelle creature. Stringo i denti per non cedere alla fatica delle gambe che iniziano a tremare per lo sforzo: non posso mollare proprio ora.

Passo davanti ad un vicolo, ma qualcosa, un dettaglio mi fa inchiodare bruscamente prima ancora che io abbia pieno controllo del mio corpo. Ci sono due lunghe trecce nere che cadono flosce su una schiena piccola e tremante. La ragazzina singhiozza e indietreggia spaventata. Davanti a lei, due creature stanno addentando a sangue un uomo che deduco essere suo padre. Una terza sembra essersi interessata a lei.

Ricordi lontani di ragazzini che corrono nel deserto mi stringono il cervello in una morsa.

Afferro la spalla ossuta della bambina e la sposto bruscamente.

Non ti abbandono, ragazzina.

26/12/2027 - Articolo "Il Governo approva i bombardamenti al sud"
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26/12/2027- Radio della salvezza
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28/12/2027 - Radio della Salvezza
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